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Giuseppe Biagi |
Giuseppe Biagi |
Nicola Schmidt |
Giuseppe Biagi
ed i radioamatori
di D.Briani - I1CN (da Radio Rivista gennaio 1966)
« Ai soci della A.R.I., pionieri delle onde corte » Giuseppe Biagi (settembre 1928)
I giornali di tutta Italia diedero, il 2 novembre 1965 scorso, la notizia della morte di Giuseppe Biagi, il
valoroso marconista che visse la tragica avventura della spedizione del dirigibile « Italia » al Polo Nord
nel 1928.
« Baciccia », come lo chiamavano gli amici, aveva 68 anni e dal dopoguerra fino a qualche tempo fa era addetto ad
una stazione di rifornimento benzina alla periferia di Roma.
Qualche settimanale illustrato, infatti, ha riprodotto delle fotografie dove si vede l'eroe della banchisa polare
fare il pieno alle macchine dei gitanti domenicali sulla via Ostiense. Noi non vogliamo indagare, se non altro per carità di patria, del perché e del percome l'ufficiale marconista
Biagi, dopo aver indossata con onore la divisa della gloriosa Marina italiana sia stato costretto, per mantenere la famiglia, a fare il benzinaio vestendo la tuta ed il
berretto a visiera con il fregio della petrolifera conchiglia. No, noi radioamatori - non usi ad imbastire processi sulle
patrie irriconoscenze - non vogliamo indagare, ma ricordiamo Biagi con l'immagine della fotografia che a suo tempo dedicò
ai radioamatori dell'A.R.I. e riconoscenti ci inchiniamo alla sua memoria.
Per i più giovani lettori di Radio Rivista rievochiamo, poi, una pagina di storia che con
Giuseppe Biagi onora l'Italia, la solidarietà umana tra i popoli ed il radiantismo.
Il 24 maggio 1928, l'aeronave «
Italia » in missione scientifica sulla calotta polare, comunicò
alla nave appoggio « Città di Milano »
( IGJ ) di aver sorvolato il Polo Nord alle ore 2.20,
lasciandovi cadere la bandiera tricolore e di avere, quindi, virato per rientrare alla base. Il giorno
successivo, dopo aver percorso un buon tratto sulla via del ritorno, alle
10.27 trasmise ancora
un messaggio e fu l'ultimo poiché incontrò una tempesta e, sul mare non molto lontano dall'Isola
Foyn, a Nord Est delle Spitzbergen, successe la tragedia. Il dirigibile, che aveva una cubatura
di 18.500 metri cubi, si appesantì all'improvviso e nulla valse per ridargli quota: seguì un urto
tremendo contro i banchi di ghiaccio ed il corpo cabinato principale, avente a bordo dieci membri
dell'equipaggio, si staccò e si sfasciò lungo un tratto di banchisa, mentre gli altri sei aeronauti,
rimasti nelle cabine interne dell'aeromobile, scomparvero per sempre con l'involucro portante che,
alleggerito, fu trascinato lontano dalla bufera. In un primo tempo i naufraghi - fra i quali
il marconista Biagi - non si persero di coraggio, raccolsero i materiali recuperabili e si
organizzarono per resistere al massimo, sia gli incolumi che i feriti, contro le inesorabili conseguenze della
disavventura. Perdurando il silenzio della radiostazione del dirigibile «Italia», la sciagura fu immediatamente
intuita e in ausilio alla radio della « Città di Milano
», tutti i centri emittenti europei e le navi
viaggianti sulle rotte del Nord Atlantico diminuirono le trasmissioni intensificando l'ascolto.
Biagi si preoccupò immediatamente di mettere in funzione la piccola stazione campale - prevista
per l'emergenza - e rizzò un'antenna con mezzi di fortuna ma, nonostante gli sforzi, riuscì solo
a ricevere. Infatti, mentre le sue angosciate chiamate S.O.S. rimanevano senza risposta, i
naufraghi della « tenda rossa » poterono seguire, attraverso i bollettini diramati in tutto il mondo,
l'annuncio della sciagura polare e le notizie dell'affannosa opera di ricerca.
Biagi intensificò le trasmissioni, ma nessuna stazione gli
diede risposta.
La resistenza fisica e morale dei prigionieri del « pack » alla deriva fu messa a dura prova e
l'esasperazione spinse una parte del gruppo a tentare il raggiungimento della base con una
marcia a piedi. Biagi, sollecitato dai partenti in quest'impresa disperata, che in quei giorni pareva l'unica
possibilità di salvezza, fu combattuto da opposti sentimenti, ma alla fine rifiutò di abbandonare i
feriti e la stazione radio.
Questo fu l'episodio - non dimentichiamolo - che ingigantì la figura morale del marconista
Biagi.
Le chiamate e l'ascolto con la piccola stazione da campo continuarono senza successo.
La disperazione stava per travolgere i naufraghi quando il 3 giugno Biagi riuscì a captare la
stazione radio IDO, Roma - San Paolo, annunciante che
un radioamatore russo era riuscito ad
intercettare le chiamate dei superstiti del dirigibile «
Italia
», risvegliando l'attenzione dei
radiotelegrafisti della « Città di Milano » ed agevolando con i dati forniti, la sintonia sulla debole
stazione prigioniera dei ghiacci.
Questa notizia servì a rincuorare temporaneamente i naufraghi e
Biagi ripeté i disperati appelli
completandoli con le coordinate di posizione, li ripeté giorno e notte finché
IGJ non gli rispose:
« Italia RR OK... ».
Ma le sofferenze degli aeronauti non finirono poiché l'opera di soccorso fu difficile e lenta.
La fortunosa vicenda, vissuta fra inenarrabili patimenti alla rigida temperatura polare, terminò
dopo 48 giorni, quando il
12 luglio otto superstiti, avvistati da nostri aerei, furono raccolti dalla
nave rompighiaccio russa « Krassin ».
Nell'opera di soccorso si distinsero anche i paesi baltici ed il valoroso esploratore polare
Amundsen che, coll'intento generoso di portare un sollecito aiuto agli amici italiani feriti, volò
a lungo alla loro ricerca sopra la banchisa e si perse per sempre nell'immensa distesa bianca.
Dopo l'avventura nell'Artico, lo stesso anno, Giuseppe Biagi
riprese il suo posto nei ranghi della
Marina, dove, con una meritata carriera, prestò lungo ed onorevole servizio.
Partecipò alle operazioni militari della seconda guerra mondiale in qualità di comandante la
stazione radiotelegrafica di Mogadiscio nella Somalia italiana. Caduta Mogadiscio,
Biagi fu preso
prigioniero dagli inglesi nel 1941 e trasferito in un campo di concentramento in India. Qui, tra i
reticolati di filo spinato, nonostante la rigida sorveglianza delle guardie,
Biagi riuscì
miracolosamente a costruire con i più disparati componenti e mezzi, un piccolo radioricevitore: un vero
apparecchio di fortuna che permise a lui ed ai suoi compagni di prigionia di captare le voci della
patria lontana. Dalla documentazione varia, di cui disponiamo, rileviamo che la nostra Associazione fu - con
orgoglio - il primo ente che pubblicamente riconobbe i meriti di
Giuseppe Biagi al suo rientro
dall'impresa artica.
L'A.R.I., infatti, nel corso dei lavori del suo II Congresso Nazionale in Torino,
il 23
settembre 1928 consegnò al valoroso marconista una
medaglia d'oro appositamente coniata.
Riportiamo alcuni brani del memorabile discorso che, nell'occasione, pronunciò I1NO (Ing.
Franco Marietti), a quell'epoca consigliere del nostro Sodalizio.
" Biagi, attore di un dramma, ascolta da spettatore i discorsi del mondo che passano da
stazione a stazione, tra le navi e le coste, da città a città, da continente
a continente. Nella sua cuffia si sentono i notiziari di stampa, le ipotesi più
differenti sulla caduta, le musiche ed i concerti, gli affari degli altri e le voci degli
altri. Biagi cerca di inserire anche la sua voce in tutte quelle voci, ma la sua voce
è troppo debole e nessuno lo sente.
Un giorno anche quest'ultimo filo di voce sarebbe sparito. Gli eroi senza vittoria avrebbero
ascoltato le navi e gli aeroplani ritornare ai loro paesi, dopo le vane ricerche che li
avevano sfiorati, mentre l'eterno silenzio della gelida notte polare li avrebbe a poco a
poco coperti.
È il 3 giugno di sera. In una stanzetta buia, laggiù nella
Russia del Nord, un
giovane è chino sopra delle strane scatolette. Egli se le è costruite da se stesso. Le
pareti della stanza sono ricoperte di cartoline da tutto il mondo e la stanzetta è
piena di fili. Il giovane ha terminato il lavoro quotidiano ed ora è accanto alle
sue scatolette, passione e diletto delle sue ore di svago. Ascolta anch'esso il brusio
del mondo, il favoloso colloquio che passa da antenna ad antenna. Egli cerca qualche
segnale debole debole, che venga molto da lontano, da un altro giovane in un'altra
stanzetta buia, per poter intrecciare con esso i propri segnali, avere una nuova lontana cartolina da unire al trofeo sul
muro.
Cosa sono questi segnali così deboli da essere quasi indecifrabili? Vengono certo
di lontano. Ecco: "Italia...S.O.S...SOS...".
Il miracolo è compiuto. Biagi avrà la sua risposta.
È oggi ben certo che gli otto uomini che si sono salvati dalla tragedia devono
la loro vita a Biagi. A
Biagi che, se i compagni fossero stati ad uno ad uno
salvati, avrebbe forse dovuto restare ultimo e solo sul ghiaccio per indicare ancora
una volta la strada ai velivoli. È questa la tragedia ed il prodigio che ci ha restituito otto superstiti. Ma noi
vogliamo ricordare altre luci di eroismo, l'infinita schiera dei radiotelegrafisti
che
nella marina sono affondati insieme alla loro nave, vedendo a poco l'acqua salire
intorno, ma restando fermi al loro posto ad assicurare la salvezza degli altri.
Il radiotelegrafista Biagi ci rappresenta qui anche la coorte di questi
eroi che
nell'ora più tragica, quando la vita li chiama vicina, di fronte alla vita chiudono
la porta della cabina, e nella cabina insieme alla morte si chiudono perché
questa sia tutta per loro e non tocchi gli altri. Noi nell'eroe ritornato onoriamo anche
tutti i suoi compagni del mare che non ritorneranno mai più.
L'Associazione Radiotecnica Italiana, convenuta a congresso a Torino, è lieta
e fiera di offrire una medaglia d'oro a Giuseppe Biagi, eroe della radio e del
polo ".
Ricordiamo ancora.
Quando trentasette anni fa il radioamatore russo
Nicola Schmidt, della provincia di Arcangelo, fece
sapere attraverso l'agenzia d'informazioni del suo paese di aver intercettato un messaggio di
soccorso dei superstiti del dirigibile « Italia » e di aver fatto si che la notizia fosse immediatamente
trasmessa alla radiostazione d'appoggio IGJ, una ondata di commozione si propagò fra tutte le genti
ed ancora una volta si levarono inni di gratitudine all'indirizzo dei pionieri della telegrafia senza
fili.
In quasi tutti i paesi, poi, l'attenzione del pubblico meno edotto, ma avido di letture, si
polarizzò sulla figura e sull'attività del radiofilo in genere e del radioamatore di
trasmissione in particolare: del radiodilettantismo si voleva conoscere qualche
cosa di più e così vennero pubblicati ampi servizi informativi su questo
"passatempo" straordinario e fascinoso.
In quest'occasione si poté sapere che, mentre qui da noi (anno 1928) il radiantismo non era
più ufficialmente permesso, ma tollerato, gli Stati Uniti già altamente apprezzavano i radiodilettanti
tanto da favorirne l'inquadramento in speciali corpi al servizio dello stato, sia per la difesa civile
che per qualunque altra evenienza.
Fu detto anche che i radioamatori operavano sulle onde corte, ossia nella gamma delle più
alte frequenze dello spettro marconiano allora praticamente impiegato e che furono proprio i
radioamatori a valorizzare le cosiddette « ondine », bande a loro assegnate unicamente perché
- anni addietro - le amministrazioni dei vari governi le avevano ritenute inutilizzabili. La
riprova del successo dei radioamatori stava nel salvataggio di quei giorni: le onde corte avevano
permesso ai naufraghi della « tenda rossa » di far giungere le invocazioni di soccorso e di mantenere
il contatto con la nave-base a centinaia di chilometri di distanza impiegando un'esigua potenza.
Ma i meriti del radiodilettantismo - con particolare riferimento a quello italiano - non sono
soltanto questi.
La famosa « cassetta di Biagi », il trasmettitore da campo usato sulla banchisa, fu progettato e
costruito sotto la direzione di I1MT - il noto pioniere delle onde corte Dott. Giulio Salom di
Venezia - presso l'Officina dell'Arsenale a La Spezia.
L'apparecchio consisteva di un circuito Hartley impiegante una valvola Philips TB 04-10 e poteva
coprire la gamma da 30 a 55 metri. L'alimentazione anodica, di circa 500 V, era ottenuta a
mezzo vibratore e di trasformatore elevatore connessi alla stessa batteria d'accumulatori che
serviva per l'accensione. Il trasmettitore, che in funzione assorbiva complessivamente poco meno di
40 W, era contenuto in una cassetta delle dimensioni di 55 x 22 x 25 cm ed il suo peso era di
12 kg.
Se sorte o ventura non avesse designato I1MT ad essere uno degli indiretti protagonisti del
radio-salvataggio dei superstiti della spedizione artica, con assoluta certezza al suo posto di
artefice vi sarebbe stato un altro radioamatore: in Italia, nel 1928, i valenti tecnici e gli esperti delle
onde corte erano soltanto i radioamatori e per la nostra storia di OM, la «cassetta di Biagi »
poteva essere stata costruita, indifferentemente, da I1GN (Ing. Gnesutta), I1FP (Dott. Pugliese),
I1ACD (Cavalieri Ducati), I1RG (Ing. Montù), I1AS (Dott. Pozzi), I1AY (Fontana), I1NO (Ing.
Marietti) e molti altri ancora.
Un ultimo ricordo conclude la nostra rievocazione.
Chi di noi oggi ha cinquant'anni o poco più non faticherà a rammentare che fu proprio la
patetica avventura polare del marconista Giuseppe Biagi
a destare la nostra curiosità di ragazzi
sugli arcani della telegrafia senza fili ed a dischiuderci quel meraviglioso mondo della radio e del
radiantismo che poi ci ha interamente conquistati.
Anche per questo alla memoria della « Voce della tenda rossa
». voce che si è spenta per
sempre, vada la nostra commossa e sincera gratitudine.

Nicola Schmidt
Da
Radio Rivista del giugno 1988:
Il salvataggio di parte dei superstiti
della spedizione del dirigibile "Italia" si deve soprattutto alla Radio, ed i Radioamatori
ebbero una parte preminente in questa brillante pagina di storia.
II primo a ricevere i segnali di soccorso, quando ormai tutte le speranze erano
perdute, fu l'SWL russo Nicolaj Schmidt.
"...fu così: per dodici giorni di seguito, nessuno della nave appoggio "Città di
Milano" ricevette i nostri SOS, finché non dette l'allarme il dilettante russo
Schmidt. E' questo un nome da ben ricordare perché si deve a costui se metà dei
membri della mia spedizione poté essere salvata".
Così scriveva Umberto Nobile nel libro "L'Italia al Polo Nord" (Mondadori - 1929).
L'apparato d'emergenza "Ondina" era, infatti, un progetto di Giulio Salom, oggi
IOACL, Presidente Onorario dell'A.R.I.
Il sottufficiale di marina marconista della "Tenda rossa" era amico, estimatore ed allievo di Adriano C.Ducati
I1ACD, fondatore della omonima industria bolognese, che prima della partenza per la spedizione
diede al concittadino Giuseppe Biagi utili notizie sulla propagazione delle "onde
corte".
Faceva parte del programma scientifico anche una sosta sul Polo, con discesa sul pack di alcuni studiosi stranieri che
avrebbero dovuto accamparsi utilizzando una tenda e quanto necessario alla
sopravvivenza. La maestosa aeronave lasciava Kings Bay nell'isola Spitsbergen
(arcipelago delle Svalbard) il 23 maggio, puntando verso il Polo.
Biagi era in costante collegamento, mediante una stazione ad onda lunga, con la nave appoggio "Città di Milano" ormeggiata
presso l'allora esistente villaggio di Ny Àlesund, oggi deserto, essendo cessata ogni
attività mineraria.
Il Polo veniva raggiunto il 24 maggio, ma le avverse condizioni atmosferiche fecero rinunciare al programma di
osservazioni sul pack: perciò fu subito intrapreso il viaggio di ritorno verso Ny Àlesund, mentre
il vento da sud, carico d'umidità, causava formazioni di ghiaccio molto estese sulla
struttura. Dopo ventuno ore di lotta contro
la bufera, l'aeronave appesantita urtava la banchisa e vi lasciava la cabina di
comando fracassata, mentre circa metà del personale veniva portato via dal dirigibile che,
alleggerito, riprendeva quota.
Nove persone, di cui cinque ferite, si ritrovarono vive sul pack; Biagi riprendendo i
sensi s'avvide di stringere fra le braccia un tesoro: l'Ondina-S, apparato d'emergenza,
fino ad allora adoperato come sedile nella cabina.
Fra i rottami si trovavano i viveri e la tenda preparati per le osservazioni
scientifiche, nonché una batteria di pile.
Tre ore dopo la catastrofe, al 55 minuto prima dell'ora, Biagi era già pronto
all'ascolto e potè sentire i concitati appelli della nave appoggio, ma il trasmettitore aveva
bisogno di riparazioni.
Il 26 maggio i primi SOS: delle due frequenze di riserva - 6,4 MHz (47 m) e 9 MHz
(33 m) - scelse la seconda, nell'intento di arrivare il più lontano possibile col minor
assorbimento da parte della cappa polare: egli infatti disponeva di 5 W e di una modesta
antenna, sostenuta da un solo supporto, una struttura tubolare estratta dall'ossatura
della cabina infranta.
Biagi ascoltava, peraltro benissimo, la stazione della Marina di Roma San Paolo
(IDO) sui 9 MHz, era quindi convinto che stando vicino ad essa, negli intervalli,
qualcuno avrebbe captato i suoi segnali.
Passarono invece lunghi giorni: la batteria cominciava a dare segni di
stanchezza, ma il ricevitore "Burndept" aveva una buona scorta di pile, così Biagi seguiva per
molte ore "IDO" ed aveva notizie dal mondo.
La sera del 4 giugno, fra i comunicati stampa di "IDO" una vaga notizia:
"Un radiodilettante russo afferma di avere ricevuto il SOS dei naufraghi".
L'entusiasmo dei superstiti si doveva però raffreddare ben presto: la nave
appoggio, distante poco più di 200 km, non dava segni d'aver ricevuto nulla.
Finalmente il 7 giugno "IDO" trasmetteva: "Italia-Biagi-Città di Milano ricevuto
vostra posizione - trasmetti tuo numero di matricola".
Dopo il messaggio con il "riconoscimento". le comunicazioni con la nave appoggio diventano regolari e arrivano i
soccorsi per via aerea; il 13 luglio il rompighiaccio russo "Krassin" ricuperava due
superstiti d'una pattuglia di disperati che aveva invano cercato di raggiungere le Svalbard a
piedi.
Il giorno dopo erano finalmente salvati i naufraghi della "Tenda rossa" a cui si era
aggiunto, ospite involontario, un pilota svedese, Lundborg, che nel giugno aveva
tentato di portare via, uno alla volta, i membri del gruppo con un piccolo biplano.
Non sono mai stati chiariti i motivi per cui la nave appoggio tardò tanto a stabilire
il collegamento, però un motivo sorprendente che ritardò l'inizio delle operazioni di
soccorso, finché Schmidt non fece la sua intercettazione casuale, emerge dai risultati
della Commissione d'inchiesta:
"La Marina non divulgò le frequenze di riserva della spedizione, perché secondo le
norme le frequenze dei militari sono segrete"!
Tutto il mondo parlò di uno sconosciuto
Nell'autunno del 1928 al Bolshoj di Mosca, durante una conferenza dedicata
all'impresa del dirigibile ed alla parte avuta dal "Krassin" nel salvataggio dei superstiti,
l'ambasciatore italiano donava un orologio d'oro con dedica a Schmidt.
Nicolaj Schmidt nel ricordo di Smirnov
Mihail Smirnov, oggi ingegnere in pensione, che si è dedicato alla radio come
professionista in seguito alla lunga amicizia con lo Schmidt, dà un quadro molto vivace,
franco e sincero dei fatti di quel tempo.
Egli, intanto, tiene a sottolineare che Nicolaj non era un campagnolo, né un
adolescente, essendo nato nel 1906 a Kijev. Era un giovane di città, con una buona base di studi secondari, figlio di un
insegnante, vissuto prevalentemente a Vladivostok.
Vi fu un trasferimento a Novgorod e colà, diciottenne, costruì il suo primo
ricevitore a reazione: qui iniziò l'amicizia con Smirnov, di due anni più giovane di lui, che ben
presto doveva rappresentare un suo sostegno.
Quando Nicolaj rimase orfano, la famiglia di Smirnov venne in suo aiuto, gli trovò
una sistemazione a Vochma, distretto rurale non lontano da Arcangelo, con lavoro,
seppure precario, come operatore nel cinema locale. Il destino portò così in campagna il
giovane Nicolaj, che restò a Vochma oltre due anni. Frattanto, ricorrendo a mille
espedienti, Schmidt si procurava due tubi e certi componenti indispensabili per costruire
un ricevitore reflex descritto da una rivista tedesca. A Vochma, Nicolaj perfezionava la sua conoscenza del morse, traducendo ad orecchio le battute della
macchinetta presso il locale ufficio telegrafico; aveva anche costituito un piccolo
club dove insegnava i rudimenti della radio a ragazzi del luogo: si dava da fare in tante maniere ed era ben
voluto da tutti. Era, invero, considerato un po' strambo, mentre per Smirnov aveva un carattere che
ricordava la figura di Rudnev nel racconto di Turghenev: "talora volitivo, talaltra abulico
al punto di sembrare svanito, più sognatore che preoccupato delle cose concrete".
L'evento, che doveva cambiare la sua vita e quella dell'amico, ebbe luogo il 2
giugno 1928: a tarda sera, su 9 MHz, Nicolaj captava distintamente un messaggio di
Biagi.
I paesani erano increduli, così Schmidt inviava un telegramma a Smirnov, che
abitava a 35 chilometri, per chiedere consiglio.
L'amico arrivò al mattino presto, ed altri messaggi di Biagi furono intercettati:
Smirnov, ormai convinto che si trattasse degli italiani dispersi, suggerì di spedire un
telegramma a Mosca alla "Società degli amici della radio".
Ovviamente, il telegrafista rifiutò d'inoltrare il messaggio, ma Smirnov, la cui
famiglia doveva avere un qualche ascendente sui "locali", riuscì ad interessare un
notabile del paese che arrivò fino al capo delle poste della zona per ottenere l'autorizzazione!
A Mosca, fortunatamente, ci fu qualcuno che prese sul serio l'informazione e, dopo richieste di dettagli e
conferme, venne
interessata l'ambasciata italiana: il 4 sera, Roma era in grado di diffondere la
strabiliante notizia.
Tre mesi dopo, i due amici venivano assunti presso un centro governativo per le comunicazioni ad onde corte a Taskent nel
Sud, non lontano da Samarcanda e dai confini dell'Afghanistan.
Lavorarono insieme in quel centro sperimentale fino al 1933, poi Smirnov passava a Tbilisi in Georgia.
Nicolaj rimase in quella provincia mussulmana, relativamente vicina ad Alma Ata del
Kazahstan, fino alla guerra.
Da Alma Ata ci sono poi pervenute molte notizie di questo benemerito SWL, morto nel 1942 all'età di 36 anni,
probabilmente in guerra.
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